Ho letto su Barbadillo.it le critiche dell’amico Pietrangelo Buttafuoco al tetto del 30% di stranieri nelle classi e al divieto di burqa, niqab e di qualsiasi accessorio che copra il volto.
Per un attimo mi ha convinto: il paragone de l’immigrato di oggi all’emigrato di ieri, con riferimento ai meridionali costretti ad abbandonare la loro terra per cercare lavoro al Nord, dove l’accoglienza era tutt’altro che calorosa, è un’argomentazione che mi tocca personalmente: la mia famiglia è 100% calabrese, ho bisnonni zii e parenti vari emigrati tra Stati Uniti e Australia, nonni che coltivavano la terra e spaccavano legna, nonne che si coprivano la testa con il velo, sono nato a Milano perché anche i miei genitori da quella terra sono dovuti emigrare per cercare lavoro. Storia e usi che non rinnego e anzi ho rivendicato.
Ma, proprio per questo, penso che debba essere analizzata fino in fondo per capire che cosa l’emigrazione di ieri ha comportato nei luoghi in cui si è installata ed evidenziare le grosse differenze tra l’emigrazione di ieri e l’immigrazione di oggi.
Proprio come chi immigra oggi, chi ieri emigrava dal Sud lo faceva per povertà o comunque per mancanza di opportunità nella terra di origine. Questa condizione di partenza lo portava ovviamente a installarsi non nei quartieri borghesi e altolocati ma nelle periferie e nelle province, spesso cercando di andare lì dove già c’era una presenza radicata delle comunità territoriali di origine che permettesse un cambio di vita meno traumatico e un inserimento più facile nel territorio di approdo.
È il caso ad esempio del posto nel quale ho vissuto i miei primi tre anni di vita: Buccinasco, alle porte di Milano. Un comune diventato poco a poco un’enclave calabrese al nord, dove i calabresi – essendocisi ritrovati in comunità – hanno riprodotto i propri usi. Cosa bella per me e per loro, forse un po’ meno per chi ha visto il suo paese snaturarsi fino a essere chiamato con il nome del paese di origine di questa comunità.
Perché il vero problema dell’immigrazione non è l’immigrato in quanto individuo ma l’immigrazione in quanto fenomeno di concentrazione e di massa che muta la cultura del territorio nel quale si installa.
Dopo quei primi tre anni, la mia famiglia si è trasferita in città e sono cresciuto in un quartiere normale di Milano. A casa la cucina fatta da mia madre è sempre stata ovviamente una cucina prevalentemente di tradizione calabrese. I miei genitori, tra loro, hanno sempre parlato prevalentemente il dialetto calabrese. Ma, sebbene ci sia stata in loro – grazie a Dio – l’attenzione a trasmettere a noi figli il bagaglio culturale delle nostre origini, c’è stata altrettanto attenzione nel non trasformare ciò in ghettizzazione comunitaria. Tra loro parlavano sì il calabrese ma con noi parlavano italiano. Ero dunque sì una “seconda generazione di immigrati” ma a scuola parlavo italiano esattamente come tutti gli altri. Mi vestivo esattamente come tutti gli altri. Senza le coppole e senza i veli citati da Buttafuoco. Mi comportavo esattamente come tutti gli altri. Ed è ciò che ha fatto di me non un calabrese a Milano ma un milanese di origine calabrese. Un calabro-milanese, Abituato a festeggiare Sant’Ambrogio e il carnevale ambrosiano, andare alla fiera degli Obej Obej e al capodanno celtico, ad assistere alla Befana in motocicletta. Senza con ciò riunciare a festeggiare San Francesco da Paola e ad assistere all’infiorata in Calabria.
Ciò è stato possibile anche per un altro fattore: in tutte le classi che ho frequentato, di “seconde generazioni calabresi” come me ce ne saranno state sempre non più di un paio in classi di 20/25. E tutti educati al mio stesso modo.
Peccato che, nel frattempo, il tessuto sociale di realtà come Milano si è ulteriormente trasformato. La radice culturale milanese si è progressivamente diluita nel progressivo aumento di immigrazione non solo meridionale ma anche internazionale, intesa sia come poveri immigrati extracomunitari ma anche come benestanti expat. Risultato? Il milanese a Milano non esiste più e con lui è sparita la milanesità di Milano: nessuno sa più chi sia Sant’Ambrogio, nessuno festeggia più il carnevale ambrosiano. Gli immigrati meridionali a ogni festa “scendono giù”. Gli immigrati extracomunitari celebrano il Ramadam. Gli immigrati expat delle feste identitarie se ne fregano perchè per loro il mondo dev’essere tutto globale, standard, fluido così da poter fare i globetrotter senza troppe complicazioni.
Risultato: Milano non esiste più. È ormai solo un’espressione geografica. Senza anima né identità.
Ma anche il Sud esiste sempre meno. Perché si è popolato ma non solo. Perchè quando il meridionale “sale su” l’altra conseguenza è che si smeridionalizza, perde piano piano la sua di identità per omologarsi. E così anche le feste popolari “di giù” diventano sempre meno partecipate e meno sentite perchè il meridionale che è salito su e che si è abituato al Nord de-identitarizzato, quando scende giù preferisce andare a bersi il mojito nel beach club piuttosto che andare a omaggiare il Santo patrono. Così mentre a Milano sparisce la trattoria milanese, se non come food experience esotica, in favore della pizzeria napoletana o del ristorante calabrese, in Calabria la trattoria calabrese scompare per far posto a sushi bar e gintonerie.
Il fenomeno migratorio di massa distrugge due identità: quella della terra di immigrazione e quella della terra di emigrazione.
Tutto ciò è già triste così. Ma c’è di più. Perchè fin qui abbiamo parlato dell’emigrazione di ieri che, comunque, arrivava con la volontà di integrarsi e con un bagaglio culturale compatibile con il territorio di approdo perchè risultate da una matrice comune e nonostante ciò, come ricorda Buttafuoco, provocava destabilizzazioni e reazioni.
L’immigrazione di oggi invece è tutta un’altra storia: per numeri, per proporzioni, per differenza culturale e per volontà di sovrapporre i propri usi e i propri costumi a quelli esistenti nella collettività esistente invece che – molto più discretamente – di farli continuare ad esistere nelle proprie comunità e nei propri nuclei famigliari accanto, ma senza che confligga, all’identità principale.
Ed è esattamente ciò che ormai è la realtà quotidiana che vive la Francia che, dal punto di vista delle conseguenze sociali dell’immigrazione di oggi, rappresenta l’anticipazione del nostro futuro. Un’anticipazione drammatica e che parte proprio dai quartieri e dalle scuole dove la legge dei numeri, della demografia, della concentrazione della massa, si impone su ogni riflessione e utopia filosofica.
La dinamica è molto banale: se in una tavolata di dieci persone nove parlano italiano e una francese, quest’ultima si sforzerà di parlare italiano e integrarsi agli altri nove; se a parlare francese saranno in due, è probabile che i due inizino a fare conversazione a parte; se a parlare francese saranno in cinque, le tavolate diventeranno due e a dettare la serata sarà quella che riuscirà a imporre il proprio modo di fare sugli altri; se a parlare francese saranno in sei, la tavolata diventerà francese e a sforzarsi di integrarsi saranno gli italiani.
In Francia sono ormai penultimo stadio, anzi in molte zone già all’ultimo. Ed è per questo che inserire un tetto del 30% agli stranieri nelle classi è una sacrosanta misura di prevenzione: perchè serve a disincentivare la concentrazione della massa migratoria. Perché il vero problema dell’immigrazione non è l’immigrato in sé ma la massa e la concentrazione.
